giovedì 5 dicembre 2013

Lahla


Lahla”
Giuseppe Sofo

Da “Monsieur Mandela”, Éditions Panafrika - Nouvelles du Sud, 2013


C'est le son d'un mantra, pour moi,
le nom de Nelson Mandela.

Rolihlahla, chantez avec moi,
Rolihlahla, si vous êtes encore là.
Rolihlahla, on est toujours là,
Rolihlahla, on chante avec toi.

C'est une voix qui ouvre la voie,
chantée par Miriam Makeba.
La melodie d'une autre vie
que j'ai vécue sans l'avoir vue.

           - le nom d'un homme
           comme le son d'un Om -

Rolihlahla, dansez avec nous.
Rolihlahla, si vous êtes ici.
Rolihlahla, on est unis,
Rolihlahla, on danse tous.

venerdì 24 maggio 2013

mercoledì 22 maggio 2013

Ayiti


C'è una piccola grande meraviglia nelle foto di Haiti di Stefano Guindani. Haiti vive in queste foto, non muore. Per descrivere un luogo devastato, è necessario scoprirne l'energia creatrice, la forza che spinge i suoi abitanti a cercare di ricostruirlo, con le proprie mani e con le mani di chi decide di aiutarli a farlo. Ayiti, la “terra delle montagne”, è una terra di splendore e di orrore. Ma non è mostrandone il lato che tutti purtroppo conosciamo che la aiuteremo a rinascere. È cogliendo la luce negli occhi di bambini che camminano, saltano, danzano, come in una mattina di carnevale, come al ritmo di tamburi, come ogni bambino del mondo; che sia primo, secondo, terzo o quarto mondo. È bagnandosi dell'acqua che cade da cento metri più in alto a Saut-d'eau, e che unisce riti cristiani e vudù, diversi, ma con la stessa voglia di scoprirsi nuovi, di purificarsi, di risvegliarsi. È registrando la voce di chi risponde alla Redemption Song urlata da una cantautrice romana nel bel mezzo di baraccopoli caraibiche, e baraccopoli è un termine che andrebbe distrutto, perché quelle distese di umanità non sono “città di baracche”, sono città di donne e uomini, dei loro figli e dei loro genitori, di chi ha vissuto in quei luoghi prima di loro e di chi li seguirà. È tutto questo a ricordare che non dobbiamo avere paura di niente, perché “nessuno potrà fermare il tempo”. E il tempo è ciò che permetterà ad Haiti di rinascere ancora, come ha sempre fatto. Il tempo e l'energia di ognuno dei bambini immortalati da Stefano, perché ognuno di loro è una speranza, ognuno di loro è una promessa. Con i loro passi, si può muovere una nazione, una piccola ma importante parte di mondo. Non so se la bellezza ci salverà tutti, ma credo sia l'unico modo per salvare Haiti. Perché lì di bellezza ce n'è tanta, una bellezza umana che conta più di ogni mattone. Basta fare in modo che il canto, quello di Paola, quello di Esther, quello di preghiera in musica per Haiti, non si fermi mai. E allora Haiti smetterà di morire, e ricomincerà a vivere.

Firenze.

martedì 23 aprile 2013

venerdì 12 aprile 2013

Dentro le voci



Pubblicato oggi su Italinscena
Se c’è una voce profondamente napoletana, è la parola di Eduardo De Filippo. E se c’è un luogo ideale per portare quella voce al di fuori di Napoli, è proprio Marsiglia e la piccola sala all’italiana del Théâtre du Gymnase, in cui quella voce trema, come tremano le parole nel breve canto di Don Pasquale Cimmaruta.
Il meticciato a Marsiglia si vede sulla pelle della gente, a Napoli si sente nella lingua. Quei pezzi di Francia e di mondo arabo, di Spagna e di sud del mondo che i marsigliesi portano scritti sul loro corpo, i napoletani li esprimono in suoni e parole, che creano un’espressività unicamente partenopea, ma che riesce sicuramente a farsi comprendere in questo pezzo di Provenza molto poco provenzale.
E la reazione del pubblico ne è una prova, con molti francesi che abbandonano i soprattitoli per dedicarsi a ciò che gli attori in scena sanno dire loro anche con parole straniere. Perché nessuna città accetta come Marsiglia ciò che è straniero. Nessuna città è così pronta a fare proprio un altro mondo. E se l’altro mondo è così vicino, a qualche ora di navigata mediterranea, e porta gli stessi colori del mare e del cielo nei propri simboli e nel proprio cuore, allora il compito è ancora più semplice.
In questi giorni sono state tante le somiglianze trovate tra le due città dagli attori stessi, e si potrebbero passare giorni ad elencarle. Da un porto all’altro, tra un mercato e l’altro, sui fili dei panni stesi tra una casa e l’altra e nella sgarrupatezza di facciate e finestre che mostrano la loro vecchiaia stanca, ma anche tutta la loro vita vissuta. Una cosa che viene però spesso dimenticata, ed è forse la più importante, è il rumore. Quell’onnipresente scenario sonoro che abita i vicoli napoletani e che è lo stesso delle strade di Noailles che circondano il Théâtre du Gymnase. E nel rumore, è il silenzio a spezzare la realtà. Il silenzio di Zì Nicò, che ci ricorda le nostre colpe più piccole, più nascoste, che diventano in realtà le nostre colpe più grandi, che ci portano ad uccidere quella che è forse la cosa più importante della vita: il nostro metterci in relazione con gli altri, con chi amiamo, con chi ci dà la propria fiducia.
Toni Servillo guida la sua compagnia come ci si aspetta dal miglior attore italiano contemporaneo, ma non la nasconde nella sua grande ombra, riuscendo a dare spazio a un cast di veterani e belle nuove scoperte, in cui il più giovane, l’esplosivo Vincenzo Nemolato, è addirittura più giovane della compagnia stessa. E dà il benvenuto sulla scena teatrale al fratello Peppe, che si muove con una naturalezza che non è solo quella di chi è già abituato a stare su un palco, ma quella di chi fa questo mestiere da una vita. Rimane solo da sperare che non lasci questa strada appena trovata, ma che riesca a coniugarla con quella musicale, alla quale non lo si può rubare. E il cast tecnico è altrettanto importante, con le scene e le luci eleganti di Lino Fiorito e Cesare Accetta, e un Daghi Rondanini in doppia veste di direttore di scena e Zì Nicò, coadiuvati dal supporto, oltre a Teatri Uniti, del Piccolo, di Teatri di Roma, e dello stesso Théâtre du Gymnase. A dimostrare l’importanza di un testo napoletano, ma anche italiano ed europeo, che dopo Milano e Roma, partirà probabilmente per una lunga tournée mondiale.
Le voci di dentro” non è uno spettacolo che vi permette di stare seduti tranquilli al vostro posto. Si tratta di un testo e di una regia che, anche fisicamente, porta gli attori a confrontarsi direttamente con il pubblico. Per motivi scenografici, con una pedana che si proietta all’interno del teatro, diretta verso il pubblico, e perché ognuno, dagli attori agli spettatori, viene messo in discussione. Antonello Cossia, all’incontro all’Istituto Italiano di Cultura ha detto che Servillo ha chiesto ai suoi attori di mettersi in gioco, di portare se stessi su quel palco, le proprie paure e i propri difetti. E i risultati si vedono. Perché è a noi che parla Toni Servillo nei panni dell’Alberto Saporito di De Filippo, è per colpa nostra che Zì Nicò non parla più, e siamo noi a non poterlo capire.
Queste “voci di dentro” ci portano dentro le voci. Dentro la voce di Napoli, di Eduardo, di Toni, ed è un viaggio che aiuta ogni spettatore a trovare la propria voce, quel mistero perso tra il sogno e la grande magia del teatro, e che con capolavori come questo si trasforma per qualche ora in realtà concreta ed emozione pura.

Marseille, France.

Servillos


   Marseille, France.

venerdì 22 marzo 2013

à l'intérieur des voix

Publié sur Italinscena
Si une voix profondément napolitaine existe, c’est celle d’Eduardo De Filippo. Et s’il existe un lieu hors de Naples où cette voix peut bien résonner, c’est Marseille et plus précisément la petite salle à l’italienne du Théâtre du Gymnase, où cette voix tremble comme « tremblent les mots » dans le chant de Don Pasquale Cimmaruta.
Le métissage à Marseille se voit sur la peau des gens, à Naples on l’entend dans la langue. Ces morceaux de France et de monde arabe, d’Espagne et de tous les sud du monde que les Marseillais portent écrits sur leur corps, les Napolitains les expriment en sons et en mots, qui créent une expressivité qui n’existe qu’à Naples, mais qui se fait bien comprendre ici, dans ce bout de Provence si peu provençal.
Et la réaction du public en est la preuve, car bien des Français ont délaissé les sur-titres pour se concentrer sur ce que les acteurs sur scène savaient leur dire avec des mots d’une autre langue. C’est qu’aucune autre ville n’accepte ce qui est étranger comme Marseille. Aucune autre ville n’est ainsi prête à accueillir un autre monde en soi. Et si l’autre monde est si près, à quelques heures de navigation en Méditerranée, et porte les mêmes couleurs de la mer et du ciel dans ses symboles et dans son cœur, alors tout devient encore plus simple.
Les ressemblances trouvées par les acteurs entre les deux villes sont nombreuses, et on pourrait passer des jours à les énumérer. D’un port et d’un marché à l’autre, dans les fils à linge qui relient les maisons et dans la sgarrupatezza des façades et des fenêtres qui montrent leur vieillesse et leur fatigue, mais aussi une vie vécue jusqu’au bout. Mais on oublie souvent une chose, qui est peut-être la plus importante : le bruit. Ce panorama sonore omniprésent qui remplit les ruelles napolitaines comme les rues de Noailles autour du Théâtre du Gymnase. Et dans le bruit, c’est le silence qui brise la réalité. Le silence de Zi Nicò, qui nous rappelle nos plus petites fautes, les plus cachées, qui deviennent immenses quand elles nous amènent à tuer ce qu’il y a de plus important eut-être dans notre vie : notre rapport aux autres, à ceux que nous aimons, qui ont confiance en nous.
Toni Servillo mène sa compagnie comme on est en droit de l’attendre du meilleur acteur italien contemporain, mais il ne la fait pas disparaître sous son ombre, il réussit à donner son espace à une troupe de vétérans et de belles révélations, dont le plus jeune, l’explosif Vincenzo Nemolato, est né après la compagnie. Il accueille son frère Peppe, qui avance sur scène avec un naturel qui n’est pas seulement une habitude, mais le produit d’une vie passée dans l’amour pour le métier du théâtre. Il reste à espérer qu’il ne délaissera pas cette expérience pour lui nouvelle, mais qu’il pourra la conjuguer avec la musique, dont on ne saurait l’éloigner. L’équipe technique a elle aussi toute son importance, avec les décors et les lumières élégantes de Lino Fiorito et Cesare Accetta, un Daghi Rondanini à la fois directeur technique et Zi Nicò, et le soutien des Teatri Uniti, du Piccolo Teatro de Milan, des Teatri di Roma et du Théâtre du Gymnase. Tout cela nous donne à voir l’intérêt de ce texte napolitain, mais aussi italien et européen, qui après Milan et Rome partira pour une longue tournée mondiale.
« Les voix intérieures » n’est pas une pièce qui vous permet de rester assis tranquillement à votre place. Il s’agit d’un texte et d’une mise en scène qui, même physiquement, amènent les acteurs à se confronter directement avec le public. Grâce au décor, avec une estrade qui s’élance vers la salle et le public, et parce que chacun d’entre nous, des acteurs aux spectateurs, y est remis en question. Antonello Cossia, lors d’une rencontre à l’Institut culturel italien de Marseille, a dit que Toni Servillo a demandé à ses acteurs de se mettre en jeu, d’amener avec eux sur la scène, leurs peurs et leurs défauts. Les résultats d’un pareil procédé sont bien visibles. Parce-que c’est à nous que parle Toni Servillo à travers le personnage d’Alberto Saporito de De Filippo, c’est à cause de nous que Zi Nicò ne parle plus, et c’est nous qui ne réussissons plus à le comprendre.
Ces « voix intérieures » nous amènent à l’intérieur des voix. Dans la voix de Naples, d’Eduardo, de Toni. Et c’est un voyage qui aide chaque spectateur à trouver sa propre voix, ce mystère perdu entre le rêve et la grande magie du théâtre, et qui avec chefs-d’œuvre comme cette pièce se transforme pour quelques heures en réalité concrète et en émotion pure.
Marseille, 22.III.2013

giovedì 21 marzo 2013

Panier plus fort


   Marseille (Panier), France

mercoledì 20 marzo 2013

L'or de marseille


L'or de Marseille
Ouvrir le ciel pour un nouveau théâtre marseillais


« For God's sake, open the universe a little more ! »


Il y a une lumière à Marseille qui semble ouvrir le ciel un peu plus que d'habitude. Qui est déjà monté sur les escaliers qui portent à Saint-Charles en venant de la Canebière, le matin vers 7 heures, sais de quoi je parle. C'est une lumière qui se teint de rose, d'un rose qui n'existe pas autre part, et qui se mêle au bleu clair du ciel provençal. C'est une lumière qui transforme les choses ; qui donne au soleil encore plus force pour briller d'une couleur doré, mais plus élégant que l'or, et pour réveiller la ville avant de son théâtre quotidien.
Je dis théâtre parce que le théâtre est partout à Marseille ; dans chaque rue, du Panier à l'Estaque, de Noailles au Vieux Port ; dans chaque bateau, que ce soit touristique ou pour la pêche ; dans chaque édifice, exception faite pour un seulement : le théâtre. Et oui, parce que le théâtre marseillais n'existe pas sur la scène. Il est partout dans la vie quotidienne de la ville, mais on ne le représente pas. C'est un autre Marseille qu'on représente souvent, voire trop. C'est le Marseille qu'on voit aux journaux télévisés chaque jour et soir : c'est les reportages qui, en 30 minutes d'émission, peuvent effacer les travaux de 3 ans faits pour améliorer la ville (et ces mots ne sont pas à moi, mais à un cher ami et écrivain marseillais).
Comment peut-on changer l'image d'une ville ? Seulement par les images. Si une image de Marseille a été crée de l'extérieur, ce n'est pas en accusant qui l'a faite qu'on va changer les choses ; c'est seulement en créant une autre, une nouvelle image, qu'on peut substituer la précédente. Marseille a une occasion énorme cette année : cela nous échappe peut-être trop souvent de comprendre que Marseille Provence 2013 n'est pas seulement une opportunité pour amener le monde à Marseille, mais surtout pour amener Marseille au monde. C'est une occasion économique pour la ville, certes, mais c'est surtout une occasion culturelle. Comment pourra-t-on éviter que MP2013 ne soit rien d'autre qu'une « fiesta des sub(vention)s » (et je cite là encore une fois des artistes marseillais) ? Peut-être en cueillaient cette opportunité de donner un théâtre à Marseille, un vrai théâtre marseillais. Si Jean Vilar a pu faire descendre le théâtre de Paris à Avignon, en créant un deuxième pole théâtral français, peut-être même plus vivant que le premier, pourquoi on ne pourrait pas faire de même à Marseille ?
Comment serait-il ce théâtre ? Je n'ai pas de réponse, et c'est aux artistes marseillais de la trouver (et surtout de la chercher, cela pourrait déjà être suffisant), mais si je pense à la sœur jumelle de Marseille en Italie, Naples, je pense au théâtre de Eduardo De Filippo, qui va aller en scène de aujourd'hui à samedi au Théâtre du Gymnase, grâce à la troupe de Toni Servillo et « Le voci di dentro » ; à sa tragédie comique et à sa comédie tragique, qui me semble parfaite pour la réalité marseillaise. Et après je pense aussi à ce que Derek Walcott écrivait pour son théâtre de la Caraïbe. Dans son essai « What the Twilight Says », le prix Nobel pour la littérature de 1992, parlait de la lumière du crépuscule à Trinité et Tobago. C'est dans cette lumière qu'il faut chercher le théâtre des îles, selon Walcott. « Le dénuement se fait lyrique », écrit il, « et le crépuscule, avec la patience de l'alchimie, arrive presque à transformer le désespoir en vertu. Aux tropiques rien n'est plus beau que les habitations des pauvres, aucun théâtre n'est si vif, si volubile, et à si bon marché ».
Pensons donc au Marseille que nous voyons le matin, vers 7 heures, et à cette lumière du matin marseillais, unique comme l'est le crépuscule de la Trinité. Je pense à ces roses et à ces bleus, à cet or qui est l'or rouge des bagues nuptiales de nos grand-mères napolitaines. À toutes ces couleurs qui se mêlent sur les escaliers blancs de Saint-Charles, au-dessus de la Bonne Mère, au fil de la mer, et je me dis qu'il doit bien y avoir un théâtre pour exprimer tout ça. « S'il n'y avait rien, il y avait tout à créer », écrit encore Walcott. Toute cette beauté est déjà une esthétique en soi. Pour créer une nouvelle image de Marseille et pour Marseille. Pour donner au théâtre des rues une place sur la scène. Parce que l'heure est enfin arrivé d'ouvrir le ciel du théâtre marseillais à l'or de Marseille.

Marseille, France

Publié sur Italinscena

martedì 5 marzo 2013

Sedi vaganti


Roma è vuota. Lasciata “vacante” dall'assenza del papa, del governo, e a breve del presidente della repubblica e del sindaco di Roma. Eppure non è mai stata così piena. E non mi riferisco alle migliaia di persone da tutto il mondo che arrivano per assistere a ciò che succederà nelle prossime settimane, ma soprattutto al dialogo costante della città con se stessa. È difficile camminare per strada, tra i mercati e nei bar, senza sentir parlare del bene del Paese, del futuro, di soluzioni alla crisi, di modi per rinascere. A dimostrare che si sbagliava chi parlava di un Paese improvvisamente disinteressato alla politica, alla gestione della cosa pubblica.
La temporanea mancanza simbolica delle autorità può forse finalmente aiutare a cancellare qualche alibi, in una città in cui spesso manca il senso di cittadinanza. In cui qualunque cosa succeda, è colpa di altri. Non piove in questo periodo, anzi c'è un bellissimo sole, e non c'è neanche un governo da chiamare ladro, e quindi tocca finalmente ai romani dimostrare di meritarsi la città più bella del mondo.
Per romani intendo chiunque abbia deciso che questa è la sua casa, da ovunque venga, e ovunque andrà in futuro. Tocca a loro riempire il vuoto di queste sedi vacanti, e dimostrare di poter agire, insieme, come tre milioni di sedi vaganti. Che, come dalla definizione di “mine vaganti”, “spezzano gli ormeggi”, ma per diventare promesse (non minacce) “costanti e incontrollabili”. E vagare significa “spostarsi da un luogo all'altro”, sia fisicamente che “con la mente, con il pensiero”, e in quel caso è sinonimo di “fantasticare”. E ci tengo a dare la definizione anche di quest'ultima parola: “vagare con la fantasia, inseguendo progetti, idee, sogni”. 
Vaghiamo con la fantasia, tra le strade di Roma, inseguendo progetti, idee e sogni, e non per dimostrare a chi occuperà le sedi vacanti che non abbiamo bisogno di loro, o che è loro la colpa di ciò che non funziona (perché non è vero), ma per dimostrare a noi stessi che siamo le sedi vaganti della nostra città. Che ognuno di noi, muovendosi, aiuta a muovere Roma. E a renderla un posto migliore, più civile, più umano e (sì, è possibile) ancora più bello di quella che è già la città più bella del mondo.

Giuseppe Sofo
Centocelle, Roma.

giovedì 27 dicembre 2012

La favola di natale

A casa mia non si è mai festeggiato veramente il natale.
E non solo per motivi religiosi, ma perché festeggiavamo la befana. I regali ce li scambiavamo il 6 gennaio, e quindi, mentre tutti i bambini giocavano con i loro regali dal 25 dicembre al 7 gennaio, quando si tornava a scuola, io avevo solo un giorno per farlo. Ma era un giorno bellissimo.
Cominciava molto presto, la mattina, quando era ancora buio. La sera prima preparavamo le cose che piacevano alla befana. Alla befana piacevano molto il caffè, i mandarini e i cioccolatini. E quindi mia madre metteva sul fuoco una caffettiera da due, mentre io sceglievo i mandarini più belli e i cioccolatini più buoni. Certo, un po' mi dispiaceva non mangiarli, ma in cambio dei regali mi dicevo che non sarebbe stato un sacrificio enorme. Alla befana piacevano molto anche le noci, ma quelle le apriva mia madre. A cui, tra l'altro, piacevano le stesse cose che piacevano alla befana. Una coincidenza che non mi aveva mai fatto riflettere più di tanto.
Quando tutto era pronto, chiudevamo tutte le finestre e le porte di una stanza, quella in cui ci saremmo andati a nascondere al suo arrivo. Di solito era il bagno, perché lì eravamo sicuri che non ci avrebbe trovati. Per nasconderci però aspettavamo il suono del primo campanellino. Quando sentivamo quel suono per la prima volta, significava che la befana stava per arrivare, e che noi non potevamo muoverci. Quando lo sentivamo la seconda volta, significava che potevamo uscire e che se n'era andata. In realtà se penso a tutti i mandarini, le noci, i cioccolatini e il caffè che le lasciavamo, era abbastanza rapida. Ma nascosto in bagno, mi sembrava un tempo infinito. Un tempo in cui già cominciavo a pensare ai regali che avrei ricevuto, e alla giornata magnifica che avrei passato giocandoci.
L'unica volta in cui credo di aver odiato mia madre è stato il momento in cui mi ha detto che la befana non esisteva. Che era lei, mia madre e non la befana, a portare i regali. E soprattutto, che era lei a bersi il caffè e a mangiarsi cioccolatini, noci e mandarini. Avevo nove anni ed ero semplicemente e sinceramente triste. Deluso. Mi sentivo tradito. Perché avevo perso forse una delle cose più importanti per un bambino: avevo perso una favola. Una storia, qualcosa in cui credere, anche se solo per una notte l'anno.
Ho sentito un dolore che è impossibile spiegare ad un adulto. A meno che non abbia sentito lo stesso da bambino. Un dolore che mi è sembrato risalire da quel buco in cui si era nascosto, molti anni dopo, in una scuola elementare e materna in Francia. Insegnavo italiano a ragazzini tra i tre e i dieci anni, in un paesino sperduto tra le alpi. Nelle ultime settimane prima delle ferie natalizie, avevo pensato di fare con loro delle storie sul natale, di colorare alberi e di fare magari un piccolo presepe. Ho cominciato con una classe di bimbi di tre anni, che avevano molte idee riguardo al natale, ma tutte molto confuse. C'era chi era convinto che Babbo Natale fosse Gesù, chi diceva che erano i genitori a pagare Babbo Natale per portare loro i regali, e chi diceva che Gesù era molto fortunato, perché era nato proprio il giorno di Natale.
Poi sono stato in un'altra classe, di bambini tra i cinque e i sei anni, e appena ho spiegato quello che avremmo fatto, loro hanno cominciato a prendermi in giro. “Ma credi ancora al natale?” mi dicevano. “Guarda che Babbo Natale non esiste, sono i genitori che portano i regali”. Mi sono sentito ancora una volta triste. Deluso. Ho avuto l'impressione che quella favola che io avevo perso, questi bambini non l'avevano mai avuta. Io credo che ognuno sia libero di credere in ciò che vuole, ma alle favole no, a quelle dobbiamo crederci tutti. Voglio crederci io, e soprattutto voglio che ci credano i bambini.
Se ci penso ora, forse non ricordo neanche uno dei regali che ho ricevuto dalla befana. Ma ricordo, sicuramente, i momenti in cui mi nascondevo per aspettarla. Gli unici ricordi che ho della casa in cui abitavo da bambino, sono proprio quelli legati a quel giorno, e a quell'attesa. Il vero regalo della befana, per me, era la fantasia che l'aveva costruita nella mia testa, il buio che c'era tra il suo arrivo e la sua partenza. Non ciò che sapevo e che potevo stringere tra le mani, ma ciò che non sapevo e che non potevo vedere.
Oggi finalmente, da quattro anni, il natale lo festeggio. Perché è una buona scusa per riunirsi in un ospedale, con alcuni amici, e raccogliere soldi e cose per chi ne ha bisogno. Ma in realtà tutti noi abbiamo bisogno di qualcosa. Di favole, di fantasia, di qualcosa in cui credere anche solo per una notte, ma che ci fa stare bene. Perché se non credessimo alle favole, diventerebbe difficile oggi decidere di sposarsi e passare una vita insieme, come hanno fatto i miei amici Enza e Matteo solo pochi giorni fa. Diventerebbe impossibile decidere di studiare e di lavorare duro per ottenere ciò che si vuole, quando sembra che al merito non venga dato il giusto valore. Diventerebbe difficile fare piani di futuro, quando sembra che ti stiano rubando anche il presente.
Quindi se avete bambini, adulti o anziani che vi aspettano a casa, quando tornate da loro, raccontatevi una favola. Voi la racconterete a loro, e loro la racconteranno a voi. Sarà il primo regalo di natale che non dimenticherete mai.

venerdì 12 ottobre 2012

Mopaya

C'è un libro. Un libro a cui tengo tanto, che ora è carta e ossa. Si chiama "Mopaya. Colui che porta in sé l'altrove". Gabriel Nganga Nseka l'ha vissuto, Douna Loup l'ha scritto, io l'ho tradotto e Miraggi Edizioni
l'ha pubblicato. Guardatevi questo piccolo video, con la voce di Miriam Makeba in sottofondo, e poi leggetevi qualche pagina. Un po' di sole d'Africa non fa mai male ad ottobre.

Qui il video e un'anteprima da leggere: http://www.miraggiedizioni.it/demo/component/content/article/23-finisterrae/74-catalogo-mopaya.html

mercoledì 18 luglio 2012

Ciao Oasis


C’è un rispetto che si deve ai luoghi, che è simile a quello che si deve alle persone. Chi ha dato gioia, chi è stato capace di farci sentire bene, deve essere rispettato. Non lo si può abbandonare del tutto il giorno che non ci serve più, il giorno che ci siamo resi conto che con lui non usciamo più, che ormai ha dato quello che doveva dare. Gli si deve lo stesso trattamento che si riserva ai vecchi in pensione, da accudire e curare, perché è grazie a loro se siamo cresciuti, come ragazzi e ragazze, poi diventati uomini e donne, e che diventeremo vecchi a nostra volta.
Io in via Botticelli sono arrivato la prima volta attorno ai quindici anni, più tardi di altri, quando quel posto aveva già cambiato otto nomi, forse, e quando altrettanti ne aveva cambiati la birreria in cui si andava prima dell’ingresso in discoteca, ma questi posti sono di chi come me li conosce solo come Oasis e Centouno, come di chi li aveva conosciuti con altri nomi: Joker, Poker, Robin Hood, e via dicendo. Al Centouno forse è ancora affisso il manifesto mortuario che dava il triste annuncio della fine dell’Oasis, dopo diversi tentativi di risollevare una discoteca che era poi sempre andata il giusto. Io dieci chilometri di fila per entrare non li ho mai visti, ma non l’ho neanche mai visto vuoto, finché non l’hanno chiuso davvero. E quella via poi per me è stata anche più importante che per altri.
Ci sono arrivato per la prima volta a quindici anni, dicevo, praticamente trascinato da una che a quei tempi forse stava con un altro, o con quell’altro ci andava solo, fatto sta che con me non ce n’è stata né c’è venuta più di tanto. In compenso è andata con Sighi, una volta, davanti ai miei occhi, e credo che alla fine, cazzate a parte, quello sia ancora il motivo per cui facciamo fatica a non starci cordialmente sul cazzo. All’Oasis io ci entravo alle dieci e mezza perché non si pagava, o si pagava meno, non ricordo, ma ricordo che mi addormentavo subito su divanetti che un giorno dovevano essere stati bianchi, ma ormai erano sporchi di qualsiasi cosa, e che quando mi svegliavo avevo immancabilmente un paio di centinaia di persone in più intorno, e un po’ di ska ad accompagnare il risveglio. Poi piano piano si passava al punk, al grunge, e poi arrivavano i System of a down a spezzarmi le gambe, e a farmi capire che quindici anni sono pochi per capire la vita, ma abbastanza per cominciare a godersela.
La saletta era un must, e non solo per me che il metal lo ascoltavo, ma anche perché il panorama umano era migliore che in qualsiasi altra zona della discoteca. Duri di provincia dai cuori morbidi che battevano al ritmo di doppia cassa, pronti a roteare chiome e solitamente a non far roteare i coglioni a chi non li faceva roteare a loro, e questo per me è sempre stato sintomo di grande civiltà.
Ma la mia tappa preferita era il cesso. E dico cesso perché i cessi dell’Oasis non si possono chiamare bagni, erano proprio cessi. Un’umanità liquefatta, trasformata in dispenser di vomito liquido, pisciatori folli, ragazzine piegate in quattro e di tanto in tanto, qualcuno che riusciva a stampare una contro il muro del corridoio dei cessi e slinguazzarla un po’ lì. Io mai ovviamente, ma quando si vedeva qualcuno che ci riusciva, poi lo si aspettava a fine serata per dargli il cinque.
E tra questi pochi metri di pavimento nero appiccicoso per tutti i gin lemon che ci finivano rovesciati, quei divanetti orrendi ma che bastavano ogni tanto per sostituire il muro del corridoio dei cessi, e un po’ di gente che ci faceva ballare con della buona musica, anche se era poi sempre la stessa, siamo diventati un po’ grandi. E credo che l’Oasis ci abbia cambiati e fatti crescere di più della lettura di Torquato Tasso e delle equazioni che provavamo a imparare al liceo.
Per questo dico che i luoghi vanno rispettati, come le persone. E visto che qualcun altro ha scelto di non farlo, magari facciamolo noi. Questa è solo la mia storia, ma sono sicuro che là fuori ce ne sono centinaia di altre da raccontare. Che ne dite di scriverle e di portarle lì? In quel luogo, prima che arrivi un palazzo a riempirlo, possiamo ancora andare a spargere un po’ di parole sulle macerie, e a restituire un po’ di quello che questo posto che non c'è più ci ha dato. Una sorta di ultimo ballo, che la musica ci sia o no importa poco, ne abbiamo ascoltata abbastanza da quelle parti, perché si senta ancora da sotto quel poco che ne è rimasto.

On air: Chop Suey, System of a down

venerdì 18 maggio 2012

Le polpette di Annelisa e il Novecento


Quasi nessun piatto sporca le mani di chi cucina come le polpette. Rimane sulle mani una patina di carne, bagnata di uova e sporcata di pan grattato, anzi più che sulle mani, sui punti delle mani che vengono toccati dal movimento circolare e ondulatorio che porta a formare quelle piccole palline da friggere.
“Devi assaggiare le mie polpette”, mi ha detto Annelisa nel nostro primo incontro, del tutto casuale, su un treno Milano-Roma. E dopo qualche settimana quelle polpette le ho assaggiate, e ho riconosciuto tutti gli ingredienti di una tradizione che cambia ogni due-trecento chilometri in Italia, ma che alcuni fondamentali li mantiene. Le ho assaggiate al fianco di Mariagrazia, di Giuseppe, di Gemma e Andrea e del marito di Annelisa, Ruggero. Quello che per noi era ancora solo Ruggero, senza cognome e senza professione. Ed è mangiando quelle polpette che Ruggero ci ha detto che il pittore non lo faceva per hobby, ma per lavoro. Con la stessa onestà, la stessa normalità e lo stesso orgoglio di chi dice che per lavoro fa il muratore, il giornalista, l’autista di autobus, il traduttore, il cuoco.
Qualche giorno fa con Annelisa e Mariagrazia ho attraversato le stanze della Galleria Nazionale d’Arte Moderna, che fino al 20 maggio ospitano una mostra dedicata ai sessant’anni di opera di Ruggero Savinio. E una cosa mi ha ricordato il gusto delle polpette di Annelisa. Lei quelle polpette ha imparato a farle da bambina, osservando, nonostante qualcuno le dicesse che quel lavoro non era per lei, che lei era destinata ad altro. E infatti altro ha fatto, perché Annelisa è una poetessa, e una traduttrice, che ha regalato all’Italia talenti russi mai tradotti prima, e mentre osservava la cuoca, teneva anche un diario in russo, a sei anni. Ma ha imparato a fare anche le polpette, e bene. E la naturalezza con cui Annelisa bambina osservava quei gesti imparati poi a memoria, è forse la stessa naturalezza del bambino con cui Ruggero dipinge, come dice lui stesso in un bellisismo video proiettato all’interno della mostra.
Il gusto del Novecento è il gusto di un secolo di bambini che hanno avuto occhi per guardare i maestri, il coraggio della lentezza e del tempo da “perdere” in quell’osservazione, e mani da sporcarsi per diventarlo a loro volta. Annelisa osservava la cuoca di casa (e non solo), Ruggero osservava Giorgio De Chirico, ma entrambi non si sono limitati ad osservare, e sporcandosi le mani hanno portato qualcosa di nuovo alla ricetta. I segreti culinari degli altri non si svelano, ma sono sicuro che le spezie orientali (cumino?) contenute in una ricetta per il resto assolutamente tradizionale, siano state un’aggiunta di Annelisa. Di cosa Ruggero Savinio abbia portato all’arte italiana del Novecento e del nostro secolo non devo essere io a parlare, ma sarà chiaro a chiunque entri in queste stanze nei prossimi giorni (la mostra chiude Domenica).
Perché l’opera di Ruggero contiene un altro piccolo segreto del Novecento. Resiste alla carta, figuriamoci ai pixel, e non può essere apprezzata su duecento cataloghi come può esserlo in pochi minuti passati nelle stanze di questa mostra. Non è carta il velluto nero che fa da sfondo a molte sue opere, non sono pixel le lenzuola rosa antico di sfondo ad un paesaggio romagnolo. E i suoi rosa, i suoi blu, il suo oro, difficilmente resistono alle trasformazioni degli schermi, delle quadricromie, della pur sempre più raffinata tecnologia. E non è un caso, non può esserlo, che quella Galleria in fondo si faccia chiamare GNAM, come un boccone da assaporare fino in fondo, come le piccole polpette di Annelisa, che contengono forse lo stesso segreto dell’arte di Ruggero e di un secolo di cui grazie a loro ho riassaporato il gusto.

mercoledì 23 novembre 2011

Quest'alba radioattiva nelle librerie

Oggi esce in tutte le librerie italiane il mio primo quasi romanzo Quest'alba radioattiva, pubblicato da Las Vegas edizioni (Torino).

Per chi non ha tempo o voglia:
Giuseppe Sofo
Las Vegas edizioni, Torino, 2011
12 euro (e-book: 3,99 euro)
ISBN: 9788895744193
Booktrailer

25 anni, 60 città, 30 canzoni, innumerevoli bevute e un solo obiettivo: lei. Un racconto d’amore crudo, vivo, radioattivo, come albe viste sempre dalla parte sbagliata, dalla parte di chi deve ancora andare a letto.
Per chi ha tempo e voglia:

Quest’alba radioattiva un libro a cui tengo molto, che ho curato e cullato per anni prima di consegnarlo nelle vostre mani. Un libro che mi ha accompagnato in tanti momenti e in tanti luoghi con i suoi racconti. È una storia d’amore, amore per il mondo e chi lo abita, diviso tra una sessantina di città, venticinque anni, un po’ di persone, e tante bevute. È un raccontarsi, per poter raccontare una storia.
Ufficialmente è il mio quarto libro. Dopo i racconti di Dollville e Qui lo chiamano blues e il diario di viaggio Trinidad&Tobago, è nato questo che chiamo quasi romanzo, perché potrebbe essere una saga di dodici volumi da seicento pagine l’una per quello che contiene, e invece ha scelto di essere poco più di cento pagine, racchiuse dentro una copertina dal colore radioattivo quanto il titolo, con una foto di Giorgia Tolfo.
Per presentarlo, ho chiesto a Corrado Ravazzini di filmare un booktrailer, che penso sia una piccola meraviglia, quindi vi consiglio di guardarlo (a schermo pieno e con le luci spente, possibilmente), a questo indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=NCbd-5zmtb4
Se volete un altro assaggio del libro, potete scaricare il primo capitolo dal sito della casa editrice, a questo indirizzo: http://www.lasvegasedizioni.com/catalogo/i-jackpot/questalba-radioattiva (ma ovviamente vi consiglio di leggerli tutti, non solo il primo).
Il libro è disponibile da oggi in ogni libreria italiana, e anche dall’estero, ma se lo comprerete in una piccola libreria indipendente farete contento me, oltre che voi stessi e il vostro libraio di fiducia. Se non ne avete uno, potete richiederlo a me, come sempre.
La prima presentazione ufficiale, dopo l’anteprima di Zurigo di qualche giorno fa, sarà venerdì 9 dicembre alle 20.30 alla libreria Altroquando di Roma, a due passi da Piazza Navona, in via del Governo Vecchio, dove ho comprato quasi tutte le mie cravatte preferite. Per la prima presentazione modenese ci sarà da aspettare l’inizio di gennaio, magari per l’epifania, visto che quest’anno Harry Potter non esce, magari più vicino che mai a casa...
Su internet esiste anche la versione e-book, che contiene un racconto spin-off inedito in inglese. Per ogni e-book venduto sul sito di Las Vegas edizioni, un euro verrà devoluto alla Patrick Michael McMurphy Memorial Foundation a sostegno delle arti, a cui il racconto è dedicato.
Spero che avrete voglia di accompagnarmi in questa storia.
Buona lettura e buoni viaggi,
Giuseppe
Per qualsiasi informazione:
giuseppesofo@yahoo.it
www.giuseppesofo.net
www.lasvegasedizioni.com

martedì 22 novembre 2011

lunedì 21 novembre 2011

sabato 12 novembre 2011

12.11.11



Roma, 12.11.11

mercoledì 28 settembre 2011

Bla

1.10.11


C’è un posto a Fiorano che per me, e per molti altri, è una seconda casa. Al punto che quando torno da un viaggio o da un lungo soggiorno all’estero questo è sempre il primo luogo che visito, spesso anche prima di casa. È così importante per me perché negli stretti corridoi del seminterrato di Villa Pace io ci sono cresciuto. Da una parte per motivi personali, perché ci lavora mia madre, dall’altra perché quei corridoi sono tappezzati della letteratura che mi ha portato in giro per il mondo ancora prima che mettessi piede fuori di casa.

Borges aveva la sua biblioteca infinita, io ho quella di Fiorano, che per me è un infinito sufficiente. Ovvero abbastanza grande da sembrarmi infinita.

Quei corridoi per me sono da sempre labirinti magnifici di storie, nei quali i libri vivono e si parlano l’un l’altro, dialogano, si scambiano sguardi e si scontrano per conquistare l’attenzione del lettore di turno che è venuto a cercare qualcosa da leggere sul treno, in spiaggia, o a letto. Sono come compagni di viaggio, da andare a trovare di tanto in tanto, come si rende visita a un amico. E come gli amici sono diversi tra loro, e da apprezzare per ciò che di bello ognuno di essi può darci. Io in particolare ho una passione per i libri dal cartellino vuoto, quelli che nessuno ha mai letto, anche se sono lì da anni. Da una parte mi affascina il loro candore, e mi sembra giusto lasciarli lì, ad aspettare il primo lettore che li porterà a casa con sé, dall’altra vengo preso dalla voglia di chiederli in prestito per dar loro finalmente la gioia di una data e un nome scritto a penna sul cartellino. O il numero della mia tessera di iscrizione alla biblioteca, che è uno dei tre documenti che ricordo a memoria, insieme a passaporto e codice fiscale.

Poi un giorno ci sono entrato in un altro modo in quella biblioteca, ci sono entrato con un mio libro. E anche se non l’ho mai detto a nessuno, quelle copie dei miei libri, quelle che vengono conservate nella biblioteca in cui sono cresciuto, sono le mie preferite. E ho anche una pagina preferita, la 47. C’è chi legge sempre la prima pagina di un libro prima di prenderlo in prestito, chi legge l’ultima e chi una a caso. Io leggo sempre la pagina 47, perché è la pagina in cui ogni libro viene siglato con il timbro della biblioteca di Fiorano.

Fra poco questo posto non ci sarà più, o meglio si trasformerà, e la biblioteca si sposterà in un nuovo luogo, più grande ma non enorme, anche questo per fortuna non infinito. E siccome gli addii non mi sono mai piaciuti, non ci sarò il giorno in cui questo succederà, ma da lontano so che la saluterò con un libro in mano. E sono contento per lei, perché dopo averci visti crescere tutti, tra le sue braccia, ora è arrivato il momento anche per lei di crescere. E poi so che gli amici di una volta, i libri che popolavano i corridoi di Villa Pace, staranno meglio in quel nuovo posto, e che sarà ancora un piacere andarli a trovare. Anche perché questo nuovo posto ha un nome rassicurante, Bla. Un nome che ti fa capire che anche lì ci sarà tempo e modo di scambiare due chiacchiere tra i libri, di bersi un caffè con Faulkner e litigare con Brizzi.

Sarà come ricominciare da capo quel lungo viaggio iniziato la prima volta che da bambino sono entrato nella Biblioteca di Fiorano e ho cominciato ad innamorarmi delle sue storie. Sarà come partire per un nuovo viaggio insieme, come innamorarsi di nuovo. Sarà come entrare per la prima volta in quella che presto sarà casa tua.


Giuseppe Sofo

mercoledì 21 settembre 2011

Babel

Un viaggio attorno al mondo si fa un passo alla volta. Con la pazienza e la voglia di conoscere ogni luogo, ogni terra, con calma. Senza quella fretta di scappare da un mondo all’altro, da una lingua all’altra, che porterebbe in realtà a non conoscerne nessuna. È questa la grande lezione di Babel, festival di letteratura e traduzione di Bellinzona, che da anni continua ad aprire il mondo agli occhi delle persone, una nazione alla volta.

Quest’anno è toccato alla Palestina e nel solo giorno in cui ho potuto essere presente, ho assistito a tre incontri meravigliosi per la semplicità con la quale si sono svolti. Elias Sanbar che parla di Mahmoud Darwish non è solo un incontro da lontano con un grande poeta, attraverso il suo traduttore, ma è soprattutto l’incontro con un uomo che ci racconta di un amico, e della sua poesia. Così come Suad Amiry e Maria Nadotti possono parlarci della suocera di Suad o della mancata bellezza di Murad, e rendere la loro conversazione letteratura, come un capitolo d’appendice alla produzione di Suad, anch’esso da stampare.

E un altro dei pregi di Babel è infatti quello di non lasciare che le parole scivolino via, grazie alla collaborazione con Casagrande e Cascio, che fanno in modo che alcune di queste parole rivivano sulla carta delle loro collane dedicate al festival.

È difficile non rimanere affascinati dall’aria di casa, di salotto tra pochi amici, che si respira al Teatro Sociale e nei dintorni durante i quattro giorni di Babel, ed è bello sapere che quei quattro giorni, ripetuti ogni anno, costruiscono un piccolo viaggio costante attorno al mondo. Un passo alla volta.

domenica 28 agosto 2011

In memory of Pat Bishop

Last week one of the most amazing people I ever met died. I want to remember her with the words I wrote about her in my book on Trinidad Carnival and with the smile she had when she saw this book and said “oh that Italian boy!”. Pat Bishop has surely left a trace on most of the people she has met, and I am happy to be able to say I am one of those people. May the sound of pan and the colours of carnival accompany you in your last trip, Pat.

Italian boy.

From: Giuseppe Sofo, Trinidad & Tobago. Carnevale, fango e colori, Miraggi Edizioni, 2011 (Trinidad & Tobago. Carnival, mud and colours)

Pat Bishop is only one of the many people I met and interviewed in Trinidad, but she is probably one of the most interesting, and surely the one I will remember the most. In some way, she sums up all of my interviews, because Pat is an artist, a writer, a scholar, a director, a musician, an artisan of mas, and now she is also a friend. The first time I met Pat Bishop was in a morning at the end of October 2008, at a UWI lecture. One minute was enough to realize she was not a common person. She says everything she thinks, and she thinks everything she says. I remember I asked myself for the three hours I was in that class who she was, and why she was there.

Some weeks later, I saw her in the same classroom and I tried to ask her some questions, for what should have been a fast interview, but she told me she wouldn’t answer any question in that place. She invited me to her place in Woodbrook, where a few days later she welcomed me in a room full of books and stars, and she offered me a hot tea.

We talked a lot, about Caribbean and European theatre, we talked to each other about our lives, in a long morning in which I felt like crying several times. Of the many things she told me, I wrote some down in some kind of interview, but some other things I will keep for me, and for me only, forever. One word made me understand I had to rewrite my master’s thesis from the beginning, and not because she told me, but because what she told me made me understand I had to do it. And in one second I decided to start all over again.

I saw her the last time after Carnival, in March 2009, in her home on Alfredo Street, which is a piece of forest in a street of concrete. She listened to all I had to say about her carnival. All I had seen and learnt in months of research, interviews, mas-making and mas-playing, on something she knew even before being born. But she listened to me with genuine interest. She criticized me when I said things she didn’t agree with, and told me when she did agree with me, but letting me speak and letting me express what I felt, without trying to lead me.

Leaving her place, going back to Tunapuna in a maxi shared with other four or five people, I saw the most beautiful rainbow of my life. Rainbows in Trinidad are not so rare. It happens frequently in the rainy season of this land constantly kissed by the sun, but not always you can see it so clearly. For the first time I was able to see the beginning and the end of the colours’ path. Not even when I drew rainbows as a child, I was able to make them so beautiful, so big and whole. I could clearly distinguish the seven colours, they were neat, even through the rain on the wet windows of the maxi. And the colours covered the whole city, from the hills to the sea, and I asked myself where it actually was. If the rainbow is like the sun, something you can get closer to, but never get past, or if it is something you can walk through, almost touch in its inconsistency. And while I walked out of the maxi, I knew everything was irie.

martedì 21 giugno 2011

Il teatro che non c'è

C’è un teatro che forse non ci sarà più, il teatro italiano. E soprattutto ci sono tante persone, ragazze e ragazzi, uomini e donne, attori e spettatori, che hanno deciso che quel teatro non deve sparire. E con lui non deve sparire un altro pezzo d’arte e cultura italiana. E allora stanno lì, occupano un teatro magnifico, o meglio lo popolano, lo abitano e lo rendono vivo, proponendo spettacoli che non sono spettacoli, ma sono un’apertura alla città, un modo di far vivere un pezzo di Roma, il bellissimo Teatro Valle, ai romani, veri o d’adozione che siano.

E quindi entro in questo teatro meraviglioso e ascolto Elio, Ivan, Niccolò, Ennio, e tanti altri. I cognomi non contano, perché qui ci si chiama per nome, e ci si guarda negli occhi. E infatti le persone dai palchi e dalla platea si guardano, tanto quanto guardano il palco. Perché lo spettacolo qui siamo tutti, lo spettacolo è riuscire a decidere per una volta che no, non lo accettiamo che ci portiate via un altro pezzo di noi.

Questo teatro è un modo, quasi una scusa, per stare insieme, per unirci e condividere; le persone passano da una parte all’altra del palco, lo attraversano, la distanza tra chi sta sopra e chi sta sotto, o intorno, si annulla. Le mani diventano percussioni, dalla platea e dai palchi arrivano risposte a chi recita o canta, o parla, e ovunque ci circonda un “odore di cristiani” che ad alcuni potrebbe fare schifo, ma che per chi il teatro lo ha fatto, e lo ama, è quasi come l’odore di casa, ti fa stare bene. È l’odore che mi rassicura che il teatro che non c’è, perché si fa di tutto per ammazzarlo, è vivo e vegeto, puzza di umanità, che è il migliore odore del mondo.


E quindi voglio dedicare due parole anch’io al Valle, e a chi lotta per il teatro:

“Un paio di sere fa ero uno dei cinque corpi sudati in una macchina nella quale sembrava impossibile respirare, al ritorno da un giorno di teatro. Caricare la scenografia, montarla al teatro, portare in scena lo spettacolo e poi tornare a casa, e scaricare la scenografia ancora una volta. È una giornata lunga, cominciata di mattina presto, per partire verso San Fernando, per un workshop di musica e danze Orisha. Mi metto al lavoro anch’io, anche se non si aspettano che lo faccia. Il teatro è questo, è una cosa sporca. Non ha niente a che fare con vestiti eleganti e belle faccette, il teatro è la polvere che si mangia con la faccia sul palco, e il legno che si respira montando la scenografia. Sono corde che si alzano e abbassano con fatica, annodate come facevano i marinai, per regalare un pezzo di cielo diverso a chi guarderà lo spettacolo. Per loro il teatro è una cosa bella, pulita, ma per chi lo fa, è tutto il resto che è emozionante. È salire su un palco e sapere tutto quello che c’è dietro, mentre chi guarda cerca di dimenticarlo”.


Da “Trinidad & Tobago”, Giuseppe Sofo, Miraggi Edizioni, 2011.

Il teatro che non c'è



Roma, Italy

Il teatro che non c'è



Roma, Italy

sabato 11 giugno 2011

Geografia libraria *2

Alberto Manguel dice anche che a volte tiene per così tanto tempo i libri vicino a sé, o sul comodino di fianco al letto, che a un certo punto è convinto di averli letti, anche se in realtà non li ha mai aperti. Ripensando al concetto di “geografia libraria” che cercavo di sviluppare prima, mi sono reso conto che la cosa di cui avrei più bisogno in questo momento sarebbe una mappa dei miei libri.

Una vera carta geografica, che li situi, che mi dica quali sono e dove sono, comoda da mettere in tasca, in modo che possa controllarla in uno dei tanti mercatini o bouquinistes dove adoro comprare libri usati, anzi libri letti, come mi piace chiamarli. Ne avrei bisogno perché i miei libri sono sparsi in almeno tre o quattro continenti, tra i miei e quelli che presto o regalo.

Se poi volessi contare solo quelli che non ho prestato o regalato, mi servirebbe comunque sapere di avere “Il giovane Holden” di Salinger, per evitare di comprarlo una quarta volta (sì, l’ho comprato tre volte senza rendermene conto). Anche “La tempesta” di Shakespeare dovrei averla già sette o otto volte, in quattro o cinque lingue diverse, ma quello non è stato uno sbaglio.

Ad ogni modo, l’ordine delle mie librerie comprende le seguenti regole:

1) ordine alfabetico per autore (Shakespeare non conta);

2) ordine per anno di edizione per libri dello stesso autore;

3) i libri in lingua originale precedono quelli in traduzione;

4) tutto ciò che non è in una delle cinque librerie di casa potrebbe essere a Zurigo, o chissà dove;

5) tutto ciò che non è a Zurigoochissàdove potrebbe essere nascosto dietro una delle cinque librerie;

6) tutto ciò che è sul letto, di fianco al letto, sotto il letto, per terra, in bagno, sulla scrivania, sulla tavola, sulla televisione, sul lettore DVD o sulla radio (e non sono esempi a caso, perché i libri a casa mia sono un po’ come la polvere nelle case abbandonate, si appoggiano ovunque), sfuggirà all’ordine alfabetico una volta reinserito;

7) tutte le regole finora enunciate possono non essere rispettate (e non saranno rispettate), senza nessun preavviso.

Appunto, come dicevo, avrei bisogno di una mappa. E me la immagino già, con i suoi fiumi di Rimbaud, il lago di autori tedeschi e il Michigan di autori americani e inglesi; un oceano caraibico e un grande Mare Nostrum. Le montagne di libri che mi appartengono per motivi diversi; li ho scritti, li ho tradotti, vorrei averli scritti o vorrei tradurli, chi li ha scritti è in qualche modo parte di me, ne sono orgoglioso come se fossero figli miei, anche se magari non c’entro niente. Oppure semplicemente hanno una dedica che terrò con me per sempre.

Avrei bisogno di una mappa dei miei libri, ma forse ne avrei bisogno solo per poterla gettare via e perdermici dentro.

Dal blog delle Giornate Letterarie di Soletta, CH.

Geografia libraria *1

A volte si sceglie un libro solo perché è il libro più vicino a noi, dice Alberto Manguel. Per questo nelle librerie anglosassoni (e anche in quelle italiane, aggiungo io), vengono venduti i posizionamenti dei libri in vetrina o nelle pile vicine alle casse, come si fa con i Kinder Bueno e i chewing-gum nei supermercati.

La geografia libraria, in realtà, è ancora più complicata. Bisognerebbe chiamare in causa un certo amico di Manguel, quel Jorge Luis Borges a cui Alberto leggeva libri all’età di sedici anni, perché il maestro del racconto era diventato cieco. Io nella sua biblioteca infinita non sono mai entrato, se non in sogno, ma in quella molto più piccola di Fiorano Modenese, ho trovato labirinti magnifici di storie che andavano aldilà del contenuto stesso dei libri. Per anni, sono andato a trovare gli scaffali di letteratura giapponese e americana, come di tanto in tanto si rende visita ad un amico. Mi ha sempre affascinato il fatto che l’ordine alfabetico costringa ad essere vicini di casa gente come Tabucchi e la Tamaro, Fante e Faulkner. I libri dialogano tra loro, si scambiano sguardi e si scontrano per conquistare l’attenzione del lettore di turno che è venuto a cercare qualcosa da leggere sul treno, in spiaggia, o a letto.

I miei preferiti sono sempre stati i libri dal cartellino vuoto, quelli che nessuno aveva mai preso; da una parte, mi sarebbe piaciuto prenderli in prestito per dar loro finalmente la gioia di una data e un nome scritto a penna sulla loro lista dei lettori, dall’altra quella verginità mi affascinava, e mi sembrava giusto lasciarli lì, ad aspettare un lettore che avrebbe forse detto una volta al banco, “toh, sono il primo a leggerlo”.

Poi un anno fa qualcosa è cambiato; molti libri sono stati spostati secondo un nuovo ordine, altri sono stati impacchettati per il prossimo trasferimento della biblioteca in un luogo più grande. All’inizio mi sentivo perso, dopo dieci anni passati in quel piccolo labirinto che ormai era diventato casa, era come se all’improvviso avessero cambiato la cartina della città e mi avessero detto che Piazza Maggiore ora era dov’era Piazza Verdi una volta, e che i miei amici, nel frattempo, avevano cambiato indirizzo senza avvisarmi.

Poi capisci di dover semplicemente ripartire dall’inizio, riscoprire tutto, come quando si cambia città e ci si trova all’improvviso senza punti di riferimento, ma si sa già che un giorno la sentiremo come casa nostra. Con la stessa voglia di ricominciare, di partire per un nuovo viaggio, di innamorarsi di nuovo.

Dal blog delle Giornate Letterarie di Soletta, CH.

Le parole si incontrano.

Non solo le donne e gli uomini, anche le parole si incontrano. A volte non lo sanno, però, a volte hanno bisogno di qualcuno che le accompagni. Fatou Diome non sa che anche Dragica Rajcić aspetta un uomo, e non sa che Marcello Fois racconta una storia che non è molto lontana dalla sua; Fatou ha scritto “Celles qui attendent”, Dragica “Warten auf Broch”, Marcello “Stirpe”. Una donna croata che aspetta uno scrittore morto, migliaia di donne senegalesi che aspettano uomini che non torneranno mai, e una madre sarda che aspetta che suo figlio le venga strappato dalle mani per essere portato nel mondo, nella guerra mondiale. Loro non lo sanno, perché Fatou in tedesco dice solo ja e Schriftstellerin, Tragica il francese non lo parla, e per entrambe l’italiano è solo una bella melodia da ascoltare. Le parole però sì, e anche chi a Soletta arriva con due o tre lingue in tasca e riesce ad ascoltare autori di origini diverse. È per questo che i lettori sono importanti, perché sono loro a far vivere i testi, a collegarli gli uni agli altri. Uno dei temi di soletta era “Écrire, c’est lire”; allora perché non far parlare i lettori? Mi piacerebbe un festival nel quale in una stanza non ci fossero scrittori, ma solo lettori. A scambiarsi parole di libri che hanno amato. A leggere parole d’altri, ma che sono diventate loro, e che non vedono l’ora d’incontrare altre parole.

Dal blog delle Giornate Letterarie di Soletta, CH.

Traducendo realtà

Provo ad amarle tutte, le parole. Eppure ce ne sono ancora alcune che faccio fatica a sopportare, che quando le ascolto, anche se non voglio, sento come un brivido lungo la schiena che mi dice no, quella parola no. “Intraducibile” è una di queste. Come l’espressione “impossibile da tradurre”. Capiamoci: adoro la modestia di una traduttrice bravissima, di grande esperienza, che ammette che su una parola o su un’espressione ci ha sudato tanto, e infatti l’incontro con Anna Felder, le sue traduttrici Maja Pflug e Lisa Perotti, e Antonella De Marchi-Pilotto è un bellissimo momento di condivisione, un’ora e mezza a cui non avrei rinunciato per niente al mondo, ospedale compreso. Però quella parola ancora non mi convince. “La Windjacke, la vigliacca” forse avrebbe potuto diventare “le manteau, le menteur”? Ma non è questo il punto; il punto è che, a ogni modo, che la traduzione perfetta sia impossibile quanto il crimine perfetto lo si sa, ma è proprio tutta lì la bellezza di questo lavoro.

Intraducibile è una storia di 53 secondi, 50 anni dopo, da parte di qualcuno che non l’ha vissuta. Eppure Anna Ruchat ci riesce, presentando “Volo in ombra” (quarup, 2010), che è sicuramente il libro in italiano più interessante del festival, e uno dei più interessanti in assoluto. Forse perché per chi ha cominciato traducendo Bernard per Adelphi, la parola impossibile non esiste. A volte bisogna aspettare anni, decenni, lasciare che le parole crescano e diventino mature, o piuttosto che tornino bambine, e escano fuori a giocare da sole, come al parco dietro casa. E Anna lo fa, con una delicatezza unica, con parole che emozionano senza ricattare. Tradurre una vita, tante vite, in 59 pagine di testo (che in mani sconsiderate, nota giustamente Pietro De Marchi, avrebbero potuto diventare almeno 400), è forse ancora più difficile che tradurre il mondo interno ad un romanzo, da una lingua all’altra. Difficile, appunto, non impossibile. In fondo, ci insegna Anna Ruschat in questo piccolo volo su carta di una donna che non vola, neanche volare è impossibile.

Dal blog delle Giornate Letterarie di Soletta, CH