venerdì 18 maggio 2012
Le polpette di Annelisa e il Novecento
giovedì 16 febbraio 2012
mercoledì 23 novembre 2011
Quest'alba radioattiva nelle librerie
martedì 22 novembre 2011
lunedì 21 novembre 2011
giovedì 17 novembre 2011
sabato 12 novembre 2011
mercoledì 28 settembre 2011
Bla
1.10.11
C’è un posto a Fiorano che per me, e per molti altri, è una seconda casa. Al punto che quando torno da un viaggio o da un lungo soggiorno all’estero questo è sempre il primo luogo che visito, spesso anche prima di casa. È così importante per me perché negli stretti corridoi del seminterrato di Villa Pace io ci sono cresciuto. Da una parte per motivi personali, perché ci lavora mia madre, dall’altra perché quei corridoi sono tappezzati della letteratura che mi ha portato in giro per il mondo ancora prima che mettessi piede fuori di casa.
Borges aveva la sua biblioteca infinita, io ho quella di Fiorano, che per me è un infinito sufficiente. Ovvero abbastanza grande da sembrarmi infinita.
Quei corridoi per me sono da sempre labirinti magnifici di storie, nei quali i libri vivono e si parlano l’un l’altro, dialogano, si scambiano sguardi e si scontrano per conquistare l’attenzione del lettore di turno che è venuto a cercare qualcosa da leggere sul treno, in spiaggia, o a letto. Sono come compagni di viaggio, da andare a trovare di tanto in tanto, come si rende visita a un amico. E come gli amici sono diversi tra loro, e da apprezzare per ciò che di bello ognuno di essi può darci. Io in particolare ho una passione per i libri dal cartellino vuoto, quelli che nessuno ha mai letto, anche se sono lì da anni. Da una parte mi affascina il loro candore, e mi sembra giusto lasciarli lì, ad aspettare il primo lettore che li porterà a casa con sé, dall’altra vengo preso dalla voglia di chiederli in prestito per dar loro finalmente la gioia di una data e un nome scritto a penna sul cartellino. O il numero della mia tessera di iscrizione alla biblioteca, che è uno dei tre documenti che ricordo a memoria, insieme a passaporto e codice fiscale.
Poi un giorno ci sono entrato in un altro modo in quella biblioteca, ci sono entrato con un mio libro. E anche se non l’ho mai detto a nessuno, quelle copie dei miei libri, quelle che vengono conservate nella biblioteca in cui sono cresciuto, sono le mie preferite. E ho anche una pagina preferita, la 47. C’è chi legge sempre la prima pagina di un libro prima di prenderlo in prestito, chi legge l’ultima e chi una a caso. Io leggo sempre la pagina 47, perché è la pagina in cui ogni libro viene siglato con il timbro della biblioteca di Fiorano.
Fra poco questo posto non ci sarà più, o meglio si trasformerà, e la biblioteca si sposterà in un nuovo luogo, più grande ma non enorme, anche questo per fortuna non infinito. E siccome gli addii non mi sono mai piaciuti, non ci sarò il giorno in cui questo succederà, ma da lontano so che la saluterò con un libro in mano. E sono contento per lei, perché dopo averci visti crescere tutti, tra le sue braccia, ora è arrivato il momento anche per lei di crescere. E poi so che gli amici di una volta, i libri che popolavano i corridoi di Villa Pace, staranno meglio in quel nuovo posto, e che sarà ancora un piacere andarli a trovare. Anche perché questo nuovo posto ha un nome rassicurante, Bla. Un nome che ti fa capire che anche lì ci sarà tempo e modo di scambiare due chiacchiere tra i libri, di bersi un caffè con Faulkner e litigare con Brizzi.
Sarà come ricominciare da capo quel lungo viaggio iniziato la prima volta che da bambino sono entrato nella Biblioteca di Fiorano e ho cominciato ad innamorarmi delle sue storie. Sarà come partire per un nuovo viaggio insieme, come innamorarsi di nuovo. Sarà come entrare per la prima volta in quella che presto sarà casa tua.
Giuseppe Sofo
mercoledì 21 settembre 2011
Babel
Un viaggio attorno al mondo si fa un passo alla volta. Con la pazienza e la voglia di conoscere ogni luogo, ogni terra, con calma. Senza quella fretta di scappare da un mondo all’altro, da una lingua all’altra, che porterebbe in realtà a non conoscerne nessuna. È questa la grande lezione di Babel, festival di letteratura e traduzione di Bellinzona, che da anni continua ad aprire il mondo agli occhi delle persone, una nazione alla volta.
Quest’anno è toccato alla Palestina e nel solo giorno in cui ho potuto essere presente, ho assistito a tre incontri meravigliosi per la semplicità con la quale si sono svolti. Elias Sanbar che parla di Mahmoud Darwish non è solo un incontro da lontano con un grande poeta, attraverso il suo traduttore, ma è soprattutto l’incontro con un uomo che ci racconta di un amico, e della sua poesia. Così come Suad Amiry e Maria Nadotti possono parlarci della suocera di Suad o della mancata bellezza di Murad, e rendere la loro conversazione letteratura, come un capitolo d’appendice alla produzione di Suad, anch’esso da stampare.
E un altro dei pregi di Babel è infatti quello di non lasciare che le parole scivolino via, grazie alla collaborazione con Casagrande e Cascio, che fanno in modo che alcune di queste parole rivivano sulla carta delle loro collane dedicate al festival.
È difficile non rimanere affascinati dall’aria di casa, di salotto tra pochi amici, che si respira al Teatro Sociale e nei dintorni durante i quattro giorni di Babel, ed è bello sapere che quei quattro giorni, ripetuti ogni anno, costruiscono un piccolo viaggio costante attorno al mondo. Un passo alla volta.
domenica 28 agosto 2011
In memory of Pat Bishop
Last week one of the most amazing people I ever met died. I want to remember her with the words I wrote about her in my book on Trinidad Carnival and with the smile she had when she saw this book and said “oh that Italian boy!”. Pat Bishop has surely left a trace on most of the people she has met, and I am happy to be able to say I am one of those people. May the sound of pan and the colours of carnival accompany you in your last trip, Pat.
Italian boy.
Pat Bishop is only one of the many people I met and interviewed in Trinidad, but she is probably one of the most interesting, and surely the one I will remember the most. In some way, she sums up all of my interviews, because Pat is an artist, a writer, a scholar, a director, a musician, an artisan of mas, and now she is also a friend. The first time I met Pat Bishop was in a morning at the end of October 2008, at a UWI lecture. One minute was enough to realize she was not a common person. She says everything she thinks, and she thinks everything she says. I remember I asked myself for the three hours I was in that class who she was, and why she was there.
Some weeks later, I saw her in the same classroom and I tried to ask her some questions, for what should have been a fast interview, but she told me she wouldn’t answer any question in that place. She invited me to her place in Woodbrook, where a few days later she welcomed me in a room full of books and stars, and she offered me a hot tea.
We talked a lot, about Caribbean and European theatre, we talked to each other about our lives, in a long morning in which I felt like crying several times. Of the many things she told me, I wrote some down in some kind of interview, but some other things I will keep for me, and for me only, forever. One word made me understand I had to rewrite my master’s thesis from the beginning, and not because she told me, but because what she told me made me understand I had to do it. And in one second I decided to start all over again.
I saw her the last time after Carnival, in March 2009, in her home on Alfredo Street, which is a piece of forest in a street of concrete. She listened to all I had to say about her carnival. All I had seen and learnt in months of research, interviews, mas-making and mas-playing, on something she knew even before being born. But she listened to me with genuine interest. She criticized me when I said things she didn’t agree with, and told me when she did agree with me, but letting me speak and letting me express what I felt, without trying to lead me.
Leaving her place, going back to Tunapuna in a maxi shared with other four or five people, I saw the most beautiful rainbow of my life. Rainbows in Trinidad are not so rare. It happens frequently in the rainy season of this land constantly kissed by the sun, but not always you can see it so clearly. For the first time I was able to see the beginning and the end of the colours’ path. Not even when I drew rainbows as a child, I was able to make them so beautiful, so big and whole. I could clearly distinguish the seven colours, they were neat, even through the rain on the wet windows of the maxi. And the colours covered the whole city, from the hills to the sea, and I asked myself where it actually was. If the rainbow is like the sun, something you can get closer to, but never get past, or if it is something you can walk through, almost touch in its inconsistency. And while I walked out of the maxi, I knew everything was irie.
martedì 21 giugno 2011
Il teatro che non c'è
C’è un teatro che forse non ci sarà più, il teatro italiano. E soprattutto ci sono tante persone, ragazze e ragazzi, uomini e donne, attori e spettatori, che hanno deciso che quel teatro non deve sparire. E con lui non deve sparire un altro pezzo d’arte e cultura italiana. E allora stanno lì, occupano un teatro magnifico, o meglio lo popolano, lo abitano e lo rendono vivo, proponendo spettacoli che non sono spettacoli, ma sono un’apertura alla città, un modo di far vivere un pezzo di Roma, il bellissimo Teatro Valle, ai romani, veri o d’adozione che siano.
E quindi entro in questo teatro meraviglioso e ascolto Elio, Ivan, Niccolò, Ennio, e tanti altri. I cognomi non contano, perché qui ci si chiama per nome, e ci si guarda negli occhi. E infatti le persone dai palchi e dalla platea si guardano, tanto quanto guardano il palco. Perché lo spettacolo qui siamo tutti, lo spettacolo è riuscire a decidere per una volta che no, non lo accettiamo che ci portiate via un altro pezzo di noi.
Questo teatro è un modo, quasi una scusa, per stare insieme, per unirci e condividere; le persone passano da una parte all’altra del palco, lo attraversano, la distanza tra chi sta sopra e chi sta sotto, o intorno, si annulla. Le mani diventano percussioni, dalla platea e dai palchi arrivano risposte a chi recita o canta, o parla, e ovunque ci circonda un “odore di cristiani” che ad alcuni potrebbe fare schifo, ma che per chi il teatro lo ha fatto, e lo ama, è quasi come l’odore di casa, ti fa stare bene. È l’odore che mi rassicura che il teatro che non c’è, perché si fa di tutto per ammazzarlo, è vivo e vegeto, puzza di umanità, che è il migliore odore del mondo.
E quindi voglio dedicare due parole anch’io al Valle, e a chi lotta per il teatro:
“Un paio di sere fa ero uno dei cinque corpi sudati in una macchina nella quale sembrava impossibile respirare, al ritorno da un giorno di teatro. Caricare la scenografia, montarla al teatro, portare in scena lo spettacolo e poi tornare a casa, e scaricare la scenografia ancora una volta. È una giornata lunga, cominciata di mattina presto, per partire verso San Fernando, per un workshop di musica e danze Orisha. Mi metto al lavoro anch’io, anche se non si aspettano che lo faccia. Il teatro è questo, è una cosa sporca. Non ha niente a che fare con vestiti eleganti e belle faccette, il teatro è la polvere che si mangia con la faccia sul palco, e il legno che si respira montando la scenografia. Sono corde che si alzano e abbassano con fatica, annodate come facevano i marinai, per regalare un pezzo di cielo diverso a chi guarderà lo spettacolo. Per loro il teatro è una cosa bella, pulita, ma per chi lo fa, è tutto il resto che è emozionante. È salire su un palco e sapere tutto quello che c’è dietro, mentre chi guarda cerca di dimenticarlo”.
Da “Trinidad & Tobago”, Giuseppe Sofo, Miraggi Edizioni, 2011.
sabato 11 giugno 2011
Geografia libraria *2
Alberto Manguel dice anche che a volte tiene per così tanto tempo i libri vicino a sé, o sul comodino di fianco al letto, che a un certo punto è convinto di averli letti, anche se in realtà non li ha mai aperti. Ripensando al concetto di “geografia libraria” che cercavo di sviluppare prima, mi sono reso conto che la cosa di cui avrei più bisogno in questo momento sarebbe una mappa dei miei libri.
Una vera carta geografica, che li situi, che mi dica quali sono e dove sono, comoda da mettere in tasca, in modo che possa controllarla in uno dei tanti mercatini o bouquinistes dove adoro comprare libri usati, anzi libri letti, come mi piace chiamarli. Ne avrei bisogno perché i miei libri sono sparsi in almeno tre o quattro continenti, tra i miei e quelli che presto o regalo.
Se poi volessi contare solo quelli che non ho prestato o regalato, mi servirebbe comunque sapere di avere “Il giovane Holden” di Salinger, per evitare di comprarlo una quarta volta (sì, l’ho comprato tre volte senza rendermene conto). Anche “La tempesta” di Shakespeare dovrei averla già sette o otto volte, in quattro o cinque lingue diverse, ma quello non è stato uno sbaglio.
Ad ogni modo, l’ordine delle mie librerie comprende le seguenti regole:
1) ordine alfabetico per autore (Shakespeare non conta);
2) ordine per anno di edizione per libri dello stesso autore;
3) i libri in lingua originale precedono quelli in traduzione;
4) tutto ciò che non è in una delle cinque librerie di casa potrebbe essere a Zurigo, o chissà dove;
5) tutto ciò che non è a Zurigoochissàdove potrebbe essere nascosto dietro una delle cinque librerie;
6) tutto ciò che è sul letto, di fianco al letto, sotto il letto, per terra, in bagno, sulla scrivania, sulla tavola, sulla televisione, sul lettore DVD o sulla radio (e non sono esempi a caso, perché i libri a casa mia sono un po’ come la polvere nelle case abbandonate, si appoggiano ovunque), sfuggirà all’ordine alfabetico una volta reinserito;
7) tutte le regole finora enunciate possono non essere rispettate (e non saranno rispettate), senza nessun preavviso.
Appunto, come dicevo, avrei bisogno di una mappa. E me la immagino già, con i suoi fiumi di Rimbaud, il lago di autori tedeschi e il Michigan di autori americani e inglesi; un oceano caraibico e un grande Mare Nostrum. Le montagne di libri che mi appartengono per motivi diversi; li ho scritti, li ho tradotti, vorrei averli scritti o vorrei tradurli, chi li ha scritti è in qualche modo parte di me, ne sono orgoglioso come se fossero figli miei, anche se magari non c’entro niente. Oppure semplicemente hanno una dedica che terrò con me per sempre.
Avrei bisogno di una mappa dei miei libri, ma forse ne avrei bisogno solo per poterla gettare via e perdermici dentro.
Dal blog delle Giornate Letterarie di Soletta, CH.Geografia libraria *1
A volte si sceglie un libro solo perché è il libro più vicino a noi, dice Alberto Manguel. Per questo nelle librerie anglosassoni (e anche in quelle italiane, aggiungo io), vengono venduti i posizionamenti dei libri in vetrina o nelle pile vicine alle casse, come si fa con i Kinder Bueno e i chewing-gum nei supermercati.
La geografia libraria, in realtà, è ancora più complicata. Bisognerebbe chiamare in causa un certo amico di Manguel, quel Jorge Luis Borges a cui Alberto leggeva libri all’età di sedici anni, perché il maestro del racconto era diventato cieco. Io nella sua biblioteca infinita non sono mai entrato, se non in sogno, ma in quella molto più piccola di Fiorano Modenese, ho trovato labirinti magnifici di storie che andavano aldilà del contenuto stesso dei libri. Per anni, sono andato a trovare gli scaffali di letteratura giapponese e americana, come di tanto in tanto si rende visita ad un amico. Mi ha sempre affascinato il fatto che l’ordine alfabetico costringa ad essere vicini di casa gente come Tabucchi e la Tamaro, Fante e Faulkner. I libri dialogano tra loro, si scambiano sguardi e si scontrano per conquistare l’attenzione del lettore di turno che è venuto a cercare qualcosa da leggere sul treno, in spiaggia, o a letto.
I miei preferiti sono sempre stati i libri dal cartellino vuoto, quelli che nessuno aveva mai preso; da una parte, mi sarebbe piaciuto prenderli in prestito per dar loro finalmente la gioia di una data e un nome scritto a penna sulla loro lista dei lettori, dall’altra quella verginità mi affascinava, e mi sembrava giusto lasciarli lì, ad aspettare un lettore che avrebbe forse detto una volta al banco, “toh, sono il primo a leggerlo”.
Poi un anno fa qualcosa è cambiato; molti libri sono stati spostati secondo un nuovo ordine, altri sono stati impacchettati per il prossimo trasferimento della biblioteca in un luogo più grande. All’inizio mi sentivo perso, dopo dieci anni passati in quel piccolo labirinto che ormai era diventato casa, era come se all’improvviso avessero cambiato la cartina della città e mi avessero detto che Piazza Maggiore ora era dov’era Piazza Verdi una volta, e che i miei amici, nel frattempo, avevano cambiato indirizzo senza avvisarmi.
Poi capisci di dover semplicemente ripartire dall’inizio, riscoprire tutto, come quando si cambia città e ci si trova all’improvviso senza punti di riferimento, ma si sa già che un giorno la sentiremo come casa nostra. Con la stessa voglia di ricominciare, di partire per un nuovo viaggio, di innamorarsi di nuovo.
Dal blog delle Giornate Letterarie di Soletta, CH.Le parole si incontrano.
Dal blog delle Giornate Letterarie di Soletta, CH.
Traducendo realtà
Provo ad amarle tutte, le parole. Eppure ce ne sono ancora alcune che faccio fatica a sopportare, che quando le ascolto, anche se non voglio, sento come un brivido lungo la schiena che mi dice no, quella parola no. “Intraducibile” è una di queste. Come l’espressione “impossibile da tradurre”. Capiamoci: adoro la modestia di una traduttrice bravissima, di grande esperienza, che ammette che su una parola o su un’espressione ci ha sudato tanto, e infatti l’incontro con Anna Felder, le sue traduttrici Maja Pflug e Lisa Perotti, e Antonella De Marchi-Pilotto è un bellissimo momento di condivisione, un’ora e mezza a cui non avrei rinunciato per niente al mondo, ospedale compreso. Però quella parola ancora non mi convince. “La Windjacke, la vigliacca” forse avrebbe potuto diventare “le manteau, le menteur”? Ma non è questo il punto; il punto è che, a ogni modo, che la traduzione perfetta sia impossibile quanto il crimine perfetto lo si sa, ma è proprio tutta lì la bellezza di questo lavoro.
Intraducibile è una storia di 53 secondi, 50 anni dopo, da parte di qualcuno che non l’ha vissuta. Eppure Anna Ruchat ci riesce, presentando “Volo in ombra” (quarup, 2010), che è sicuramente il libro in italiano più interessante del festival, e uno dei più interessanti in assoluto. Forse perché per chi ha cominciato traducendo Bernard per Adelphi, la parola impossibile non esiste. A volte bisogna aspettare anni, decenni, lasciare che le parole crescano e diventino mature, o piuttosto che tornino bambine, e escano fuori a giocare da sole, come al parco dietro casa. E Anna lo fa, con una delicatezza unica, con parole che emozionano senza ricattare. Tradurre una vita, tante vite, in 59 pagine di testo (che in mani sconsiderate, nota giustamente Pietro De Marchi, avrebbero potuto diventare almeno 400), è forse ancora più difficile che tradurre il mondo interno ad un romanzo, da una lingua all’altra. Difficile, appunto, non impossibile. In fondo, ci insegna Anna Ruschat in questo piccolo volo su carta di una donna che non vola, neanche volare è impossibile.
Dal blog delle Giornate Letterarie di Soletta, CHTragica Dragica
es regnet / grüner untergang
Con questi due versi di Dragica Rajcić, si aprirà il mio romanzo “Quest’alba radioattiva”, in uscita per Las Vegas Edizioni di Torino a fine 2011. Dragica mi si è presentata la prima volta dicendomi di essere Lady Gaga, l’ultima dicendo che andremo a ballare insieme al prossimo Balkankaravan party di Zurigo, insieme a Goran, il mio dj croato preferito, arrivato a Soletta apposta per lei. Le parole di Dragica sono urla, anche su carta. Soprattutto quando ti trovi in una tenda buia, ad ascoltare la sua voce che ti dice che, alla fine, “ein Text ist ein Text, ein Mensch ist ein Mensch”. Dragica altro non è che l’eroina tragica di un’opera scritta da qualcuno per lei, e che lei si ostina a cantare e urlare, con ü che diventano u, nella sua bocca come sulla carta. Piove, tramonto verde. Piove un tedesco serbo-croaticizzato che sembra fatto apposta per essere musicato da Goran, al Mehrspur a due passi da Bellevue, come a Zagabria. Piovono parole balcanico-zurighesi, dal retrogusto di vodka, da bere fino all’ultima goccia.
sabato 4 giugno 2011
Mauve
Dal blog delle Giornate Letterarie di Soletta, CH.
Malva
Dal blog delle Giornate letterarie di Soletta, CH
venerdì 3 giugno 2011
Le parole sono musica
Dal blog delle Giornate Letterarie di Soletta, CH.
mercoledì 1 giugno 2011
Con un viaggio.
Dal blog letterario delle Giornate Letterarie di Soletta, CH.
sabato 21 maggio 2011
(mai) letta; aspettando Soletta.
Dal blog letterario delle Giornate letterarie di Soletta, CH.
giovedì 21 aprile 2011
Venus Verticordia
Ci sono cose che le parole possono solo sporcare, e bellezze così semplici che non c’è bisogno di descriverle. Basta viverle, sentirle, lasciare che ti scaldino dentro come l’odore del caffè appena sveglio.
C’è un inglese che ha sognato l’Italia per una vita senza mai vederla, Dante Gabriel Rossetti, e un bambino italiano che, attraverso i suoi dipinti, sognava l’amore.
Avevo quindici anni quando ho scritto una poesia dedicata alle donne di Rossetti. Lui ne aveva trentacinque quando ha incontrato una cuoca, per le strade di Londra, e se n’è innamorato al punto da cambiare la sua stessa arte per dipingerla. La Venus Verticordia, colei “che muta i cuori”, che li apre, la ragione per cui Rossetti verrà rinnegato dai suoi più grandi sostenitori e amici. Il suo dipinto più bello.
E poi un giorno, tra le strade di Roma, ti rendi conto che quella bellezza non ti ha mai lasciato. Che senza che te ne accorgessi “il suo sguardo timido e quieto” ti ha donato il suo “incantesimo”. E che anche il tuo cuore, ora, è aperto. Come quello di un bambino.
venerdì 15 aprile 2011
Jouvay morning
From: "Trinidad & Tobago. Carnevale, fango e colori" di Giuseppe Sofo, Miraggi Edizioni.
Chipping, chipping, walk to the rhythm of this dance, jumping up, jumping up, because our feet are made to jump, beating, beating, beat the earth as if it were a drum, as if it were the golden skin of an african drum, waving, waving, wave your flag, whatever flag, and move it in the air, getting on, getting on, let the night live you, let her tell you who you are, in jouvay veritas, there’s no stage here, no spectator but yourself, on a jouvay morning you don’t think, you just see, also what’s not visible to the eyes. Living, living, nothing else than life, nothing else than everything. And I jump, I dance, I open my hands as if I were to fly, nothing matters anymore of what’s around, there’s only you, yourself, opening your arms to the world and asking it to take you for what you are.
domenica 3 aprile 2011
pagina 98
sabato 2 aprile 2011
venerdì 1 aprile 2011
pagine 75, 76
Ta-tta ta jab jab. Ta-tta ta jab jab. Ta-tta ta jab jab. Ta-tta ta jab jab. Stanno per arrivare, sono loro. Il suono del metallo arriva prima dei colori. Ma prima ancora si vede la gente scappare spaventata. Corro anch’io, non so verso dove, ma corro. Ta-tta ta jab jab. Ta-tta ta jab jab. Sento che i rumori si avvicinano, ma non capisco da dove vengono. Vedo gente scappare in direzioni opposte, e ne prendo una qualunque. Pi-ri-pi-pi. Pi-ri-pi-pi. I fischietti. Vuol dire che sono sempre più vicini. Ta-tta ta jab jab. Pi-ri-pi-pi. Pi-ri-pi-pi. Una macchia blu sporcata con qualche goccia di rosso compare alle mie spal- le. Marciano lentamente nella mia direzione. I Blue devils, i padroni della malinconia, i padroni del blues, che da loro ha preso nome. I padroni del fuoco. Ta-tta ta jab jab. Pi-ri-pi-pi. Pi-ri-pi-pi. Vedo le loro fiamme volare e sento vampate di calore che mi raggiungono nonostante siano ancora a metri di distanza. Non riesco a muovermi, e non capisco se è per la paura o per la bellezza dello spettacolo che ho di fronte. Ta-tta ta jab jab. Ta-tta ta jab jab. Ta-tta ta jab jab. Uno di loro corre dritto verso di me, e io scappo, corro forte e lontano. Poi mi fermo, quando sento che i rumori sono lontani e che dietro di me non c’è più nessuno. Ta-tta ta jab jab. Torno verso di loro.
I Blue devils sono pericolosi, perché ti contagiano. Ti prendono con loro e ti portano via, e non con la forza fisica, ma con il fascino. Sei più tu a volerti far rapire di quanto lo vogliano loro. Loro vorrebbero quasi avvertirti, farti stare lontano, perché sanno che non ci si può fermare una volta che si è in ballo. Una volta che quel ritmo ti prende e ti fa suo. Ta-tta ta jab jab. Ta-tta ta jab jab. Pi-ri-pi-pi. Pi-ri-pi-pi. Ta-tta ta jab jab. Ta-tta ta jab jab. È troppo tardi, non ho più voglia di andare da nessuna parte. Sono loro. Sono uno di loro. Ta-tta ta jab jab. Ta-tta ta jab jab. Un diavolo mi guarda dritto in faccia e urla con tutta la sua forza, e con lui urlo anch’io. Un altro, vestito con una tuta rossa e dipinto di blu dalla testa ai piedi, ha la lingua e le labbra piene di un fluido verde. Mi si avvicina. Lentamente. Ha capito che non opporro resistenza, ma non mi vuole avere così facilmente. Mi si avvicina, ma non mi tocca. E quella musica è già dentro di me. Ta-tta ta jab jab. Ta-tta ta jab jab. Sono io a toccarlo, a sporcarmi col suo blu. Sorride. Piiiiiiiiiii ri-pi-pi. Dis people free.
Le mani dei diavoli sono sopra di me e mi cospargono di blu. La musica mi rende loro, e quelle note ormai sono come parole, non più solo suoni, perché ora la mia mente parla in musica. Pay de devil jab jab, pay de devil jab jab. Il mio cuore batte insieme al metallo, come metallo. Dis people free. E sono pronto a fare vittime, sono pronto a sputare fuoco, e non ho bisogno di petrolio, il mio fuoco è tutto dentro. E vado avanti, marcio su questa strada che è fatta per camminarci in un giorno di carnevale, urlando a chi mi incontra quello che i tamburi e i fischietti stanno urlando da ore, da anni, da secoli: «Pay de devil, Jab jab! Pay de devil, Jab jab! Dis people free!».




